IMAGO MUNDI
IMAGO MUNDI
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"Imago mundi" è il modo con il quale le grandi civiltà del mondo costruirono le proprie rappresentazioni del cosmo. Nel mio blog, attraverso pensieri ordinati o disordinati, tra le stelle e sotto le stelle, mi piacerebbe dare un contributo all'immagine del mondo così come ci appare oggi. Spero che chi passa da qui voglia partecipare lasciando i propri commenti...
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002497
anime si sono perse qui dentro

Mercoledì, 04 Agosto 2010

Un camorrista perbene

E' questo il titolo di un film del regista napoletano Enzo Acri che campeggiava su delle grosse locandine in quel di Mugnano, nella zona adiacente alla Auchan. A guardarle mi vennero i brividi. Non avendo visto trailer di questo film non avendone sentito parlare, inoltre non essendo presente in altre zone di Napoli dove sono presenti i principali cinema, mi venne il sospetto che fosse una mossa della camorra per "pubblicizzarsi". Una sorta di risposta ai prodotti letterari di Saviano & Co.

Di fronte ad una cosa del genere ti vengono i brividi, perché pensi che se la camorra inizia a prepararsi una propria indurstria culturale, per diffondere il proprio "verbo", allora siamo veramente messi male.

Poi sentii il segunte servizio di cronaca ed ho scoperto che ciò che non mi auguravo si sta compiendo.

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"Camorrista sullo schermo, in manette nella realtà. Per quanto il titolo del film di Enzo Acri vagheggi le presunte qualità di un "Camorrista perbene", nella giornata di ieri gli agenti della squadra mobile di Napoli hanno arrestato 60 presunti affiliati al clan Moccia di Afragola, con relativo sequestro di beni per oltre 70 milioni di euro. Fra i destinatari delle ordinanze di custodia anche Vincenzo Barbetta, uno dei protagonisti del recente film di Acri.

FRA ESTORSIONE E USURA - Nell'ambito dell'operazione, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia, sono stati posti i sigilli alla casa discografica "Record's music", che farebbe capo proprio a Barbetta. Gli altri reati contestati spaziano dall'estorsione all'usura."

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Cercando un po' ho trovato anche una recensione del film:

Una risposta a Gomorra di Garrone
Uscirà nelle sale (venti al momento e tutte in Campania) il prossimo 19 marzo, ma è da più di un anno che fa parlare di sé il nuovo film del regista partenopeo Enzo Acri, presentato oggi a Napoli. Complice il titolo, volutamente contraddittorio, Un camorrista perbene, la storia di un boss degli anni '80 che, uscito di galera dopo una condanna per il 416 bis, decide di dare una "ripulita" nella propria città, assediata da tanti piccoli clan e "orfana" dei camorristi di una volta. L'opera vuole essere una risposta a "Gomorra", a Roberto Saviano e al regista Matteo Garrone, rei, sostiene Acri, di non sapere nulla sulla vera Napoli e sulla sua criminalità. "La mia città- sottolinea- si sveglia ogni mattina per andare a lavorare. Un 3 per cento di camorra non può infangarla. Ho capito di voler girare questo film quando ho visto che un borghese romano totalmente estraneo (Garrone) si è permesso di raccontare storie che non conosce per niente". Acri, infatti, dice di voler trasmettere un messaggio molto importante con il suo lavoro: "nel film a dare una ripulita è una banda di paramilitari che riporta ordine tra i clan. Ma ai napoletani dico che devono impugnare non le armi ma le penne per denunciare ogni giorno le malefatte della criminalità".
Ma a guardare anche il solo trailer del film, diffuso su You Tube, appare di difficile interpretazione l'intento del regista. Sangue e violenze carnali che hanno convinto il Ministero dei Beni Culturali a vietare la pellicola ai minori di 14 anni rendono complessa l'individuazione di "quell'altra faccia di Napoli" depurata da camorra e malavita che tanto sembra voler essere reclamata. Nel film, inoltre, appare anche Ciro Petrone, l'interprete di "Pisellino" in "Gomorra". "L'ho scelto solo perchè è un ragazzo napoletano- assicura Acri- la sua partecipazione al film di Garrone non contava per me".
E proprio la ricerca degli attori rappresenta una delle curiosità del film. "Il casting- spiega il regista- è stato fatto interamente su Facebook. Requisiti richiesti: essere di Napoli e parlare il dialetto. Non mi interessano interpreti che abbiano fatto corsi. La dizione ha fatto perdere la bellezza dei colori del dialetto. Io sono per un ritorno al neorealismo, il genere che ha fatto grande il cinema italiano". Il regista definisce Un camorrista perbene proprio un "reality-movie". E la realtà, quella vera e cruenta, l'ha infatti sfiorato non poco. "Luigi Tommasino- racconta Enzo Acri- il consigliere del Pd di Castellammare di Stabia freddato in un agguato in pieno giorno con 13 colpi di pistola davanti gli occhi del figlio doveva partecipare al mio film. Ironia della sorte doveva interpretare il ruolo di un politico gambizzato dai killer della camorra".

(Fonte MYmovies.it)

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Ditemi se non è agghiacciante!!!

lucaspazio si è sfogato qui alle 12:32 - Link - commenti
Venerdì, 02 Luglio 2010

Stop

Che fai quando raggiungi il tuo limite? Quando sai che oltre non puoi andare? Non ne sai abbastanza, non sai da chi farti aiutare?

Che fai per non tornare indietro di fronte ad uno STOP? 

lucaspazio si è sfogato qui alle 17:40 - Link - commenti
Venerdì, 11 Giugno 2010

Nuovo TG1

Ho appena appreso che il TG1 "racconta il paese reale"...allora è evidente che quello che vivo ogni giorno deve essere un incubo...primo o poi mi sveglierò e sarò felice in un servizio del TG1...

lucaspazio si è sfogato qui alle 10:00 - Link - commenti
Giovedì, 18 Marzo 2010

Chiese aperte contro la dispersione scolastica

Bella iniziativa in sinergia tra Chiesa di Napoli e regione.

Oggi pomeriggio alle ore 16.30 presso la sala Congressi isola, E/5 Centro Direzionale,  si terrà l’incontro di presentazione dei progetti “Chiese Aperte” .

L’iniziativa attua il protocollo d’intesa stipulato a dicembre 2009 tra il presidente della Regione Campania, il Cardinale di Napoli e l’assessore regionale all’Istruzione e Formazione, con cui vennero stanziati 750 mila euro a sostegno delle azioni promosse dalla Curia Arcivescovile in favore di giovani ed adolescenti a rischio di dispersione scolastica.
 
All’incontro parteciperanno l’assessore all’Istruzione, i membri della Curia Arcivescovile, tra cui don Tonino Palmese, e il gruppo tecnico cui è stato affidato l’avvio delle attività.

Questo l’elenco delle chiese individuate dall’Arcidiocesi di Napoli per la realizzazione dei progetti di lotta alla dispersione:
S. Maria Egiziaca in Napoli
S. Giorgio Maggiore in Napoli
S. Eligio Maggiore in Napoli
Maria SS Annunziata a Fonseca in Napoli
Istituto La Palma in Napoli
Centro Amicizia in Napoli
Immacolata a Pizzofalcone in Napoli
S. Strato a Posillipo in Napoli
Regina Paradisi in Napoli
Centro Pastorale Giovanile Shekinà in Napoli
S. Caterina a Formiello in Napoli
S.M. Francesca delle cinque piaghe in Casoria
Cristo Re in Secondigliano
Resurrezione a Scampia
Maria SS. Assunta in Cielo a Miano
Incoronata Madre della Consolazione in Napoli
S. Ludovico D’Angiò in Marano
Beato Vincenzo Romano in Melito
Sacro Cuore in Arzano
S. Sebastiano Martire in S. Sebastiano al Vesuvio
Centro Pastorale giovanile Agorà in Portici
Centro Pastorale Giovanile Locanda di Emmaus in Ercolano
S. Anna in Boscotrecase
S. Maria del Buon Consiglio e S. Antonio in Torre Annunziata.
lucaspazio si è sfogato qui alle 15:45 - Link - commenti
Martedì, 02 Marzo 2010

TV 2000 - La TV dei cattolici italiani

Sul digitale terrestre ho scoperto TV 2000 (www.tv2000.it), una TV CATTOLICA!

Sembra incredibile...vero?

La sua descrizione tratta dal sito recita:

TV 2000, UNA TV CHE TI ACCENDE

Non è vero che la televisione è tutta uguale. TV 2000 è diversa. Diversa per il punto di vista sulla realtà. Diversa per la qualità dei suoi programmi. Diversa per lo stile e per il linguaggio.
TV 2000 è una tv per tutti. Per tutti quelli che amano la buona televisione. Ha una grande passione per l’informazione, ma offre anche l’intrattenimento non volgare, l’approfondimento originale e stimolante, i documentari, i film, la musica. Tutto prodotto e selezionato con cura, pensando a voi che avete in mano il telecomando e che potete sceglierla tra tante proposte.
TV 2000 vuole accendere chi la accende. Vuole accendere la curiosità, le emozioni, il senso critico, l’amore per la persona umana in tutte le situazioni della vita. Prima di giudicarla, guardala.


L'ho guardata e devo ammettere che la descrizione calza...ed è una grande soddisfazione vedere che la tv può essere diversa, nei contenuti e soprattutto nei toni, mai chiassosi, mai volgari, sempre pacati...

Un bell'esempio di differenza dei cattolici italiani.

lucaspazio si è sfogato qui alle 18:52 - Link - commenti
Martedì, 15 Dicembre 2009

Realtà manipolata

Oggi ho sempre più forte la percezione che la realtà attorno a me è manipolata!

E vivo un forte disagio...

lucaspazio si è sfogato qui alle 12:04 - Link - commenti
Lunedì, 23 Novembre 2009

DETENUTO PER UN MINUTO

Per puro caso ho letto per strada di questa interessante iniziativa dell'associazione Onlus IL CARCERE POSSIBILE per sensibilizzare le persone verso il serio problema dell'emergenza carceri.

Credo che sia giusto informarsi e comprendere questa realtà direttamente dalla voce dei protagonisti e di chi vi è coinvolto con la propria vita, aldilà della demagogia proveniente dalla politica e dall'azione legislativa degli ultimi tempi.

NAPOLI 28 NOVEMBRE ’ 09
GIORNATA PER LA LEGALITÁ DELLA PENA
per il rispetto dei principi costituzionali e delle norme
in materia di esecuzione della pena

27 NOVEMBRE ’ 09
ASTENSIONE NAZIONALE
DALLE UDIENZE PENALI
La Giunta dell’Unione Camere Penali ha proclamato,
per il 27 novembre 2009, l’astensione nazionale degli
Avvocati dalle udienze penali, in segno di protesta
per la mancanza di iniziative volte ad affrontare
l’emergenza carceri, causa di inaccettabili violazioni
dei diritti umani.

28 NOVEMBRE ’ 09
GIORNATA PER LA LEGALITÀ
DELLA PENA

per il rispetto dei principi costituzionali e delle
norme in materia di esecuzione della pena
su iniziativa della Camera Penale di Napoli e de
“Il Carcere Possibile onlus”.
dalle ore 10 - Piazza dei Martiri
DETENUTO PER UN MINUTO

un progetto del Garante dei Diritti dei Detenuti della
Regione Siciliana, organizzato dalla Conferenza Nazionale
dei Garanti Regionali dei Diritti dei Detenuti e l’adesione
del Coordinamento dei Garanti Territoriali.
Una cella virtuale collocata in piazza per
sensibilizzare i cittadini sulla realtà carceraria. Verrà
offerto un reale percorso detentivo, dall’ingresso
in istituto alla cella. A cura delle istituzioni e delle
associazioni che interverranno alla manifestazione,
verrà distribuito materiale sulle attuali condizioni di
vita all’interno del carcere.
ore 15 - Teatro Politeama
EMERGENZA CARCERE
incontro-dibattito
Con la partecipazione dei rappresentanti delle
istituzioni, dell’avvocatura, della magistratura,
delle religioni, delle associazioni, dei sindacati, con
l’intervento di politici e dei garanti dei diritti dei
detenuti.
a seguire
CONCERTO PER LA LEGALITÀ DELLA PENA
con Enzo Avitabile

  

lucaspazio si è sfogato qui alle 16:53 - Link - commenti
Martedì, 17 Novembre 2009

Acqua: verso la privatizzazione


Ancora un esempio di come i nostri politici si prendono cura del Bene Comune.

Copio e incollo una lettera di padre Alex Zanotelli al Corriere del Mezzogiorno.

Caro direttore, è stato uno choc per me sentire che al Senato, il 4 novembre scorso, ha sancito la privatizzazione dell’acqua. Il voto in Senato è la conclu­sione di un iter parlamentare che dura da due anni. Infatti il governo Berlusconi, con l’articolo 23 bis della Legge 133/2008, aveva provveduto a regolamentare la gestione del servizio idrico integrato che prevedeva, in via ordina­ria, il conferimento della ge­stione dei servizi pubblici lo­cali a imprenditori o società, mediante il rinvio a gara, en­tro il 31 dicembre 2010. Quel­la legge è stata approvata il 6 agosto 2008, mentre l’Italia era in vacanza. Un anno do­po, precisamente il 9 settem­bre 2009, il Consiglio dei mi­nistri ha approvato un decre­to legge (l’accordo Fitto- Cal­deroli), il cui articolo 15, mo­dificando l’articolo 23 bis, muove passi ancora più deci­sivi verso la privatizzazione dei servizi idrici, prevedendo:

a) l’affidamento della gestio­ne dei servizi idrici a favore di imprenditori o di società, anche a partecipazione mista (pubblico-privata), con capi­tale privato non inferiore al 40%;

b) cessazione degli affi­damenti «in house» a società totalmente pubbliche, con­trollate dai comuni alla data del 31 dicembre 2011. Questo decreto è passato in Senato per essere trasfor­mato in legge. Il Pd, che è sempre stato piuttosto favore­vole alla privatizzazione del­l’acqua, ha proposto nella per­sona del senatore Bubbico, un emendamento-compro­messo: l’acqua potrebbe esse­re gestita dai privati, ma la proprietà resterebbe pubbli­ca.

Questa proposta, fatta so­lo per salvarsi la faccia, passa con un voto bipartisan! Ma la maggioranza vota per la priva­tizzazione dell’acqua. L’oppo­sizione (Pd e IdV), vota con­tro il decreto-legge. E così il Senato vota la privatizzazione dell’acqua, bene supremo og­gi insieme all’aria! È la capito­lazione del potere politico ai potentati economico-finan­ziari. La politica è finita! È il trionfo del mercato, del profit­to. È la fine della democrazia. Per questo dobbiamo de­nunciare con forza: 1) il go­verno Berlusconi che, con questo voto al Senato, ora pri­vatizza tutti i rubinetti d’Ita­lia; 2) il partito di opposizio­ne, il Pd, che continua a nic­chiare sulla privatizzazione dell’acqua (sappiamo che il nuovo segretario Bersani è stato sempre a favore della privatizzazione); 3) tutta l’op­posizione, per non aver porta­to un problema così grave al­l’attenzione dell’opinione pubblica. Per questo rivolgia­mo un appello a tutti i partiti perché ritirino questo decre­to o tolgano l’acqua dal decre­to. E questo devono farlo adesso che il decreto legge passa alla discussione della Camera. Si parla che il decre­to potrebbe essere votato il 16 novembre.

Chiediamo alle Regioni di: 1) impugnare la costituziona­lità dell’articolo 15 del decre­to Fitto-Calderoli; 2) varare leggi regionali sulla gestione pubblica del servizio idrico. E ai Comuni di: 1) indire Consi­gli comunali monotematici sull’acqua; 2) dichiarare l’ac­qua bene di non rilevanza eco­nomica; 3) fare la scelta del­l’Azienda pubblica speciale per la gestione delle proprie acque. Questa opzione, a det­ta di molti avvocati e giuristi, è possibile anche con l’attua­le legislazione. Si tratta prati­camente di ritornare alle vec­chie municipalizzate. L’acqua è sacra, l’acqua è vi­ta, l’acqua è un diritto fonda­mentale umano. Questo biso­gna ripeterlo ancora di più, in un momento così grave in cui con il surriscaldamento del pianeta, rischiamo di per­dere i ghiacciai e i nevai, e quindi buona parte delle no­stre fonti idriche. E lo ripetia­mo con forza alla vigilia della conferenza internazionale di Copenhagen, dove l’acqua de­ve essere discussa come argo­mento fondamentale legato al clima. Per questo chiedia­mo a tutti, al di là di fedi o di ideologie perché «sorella ac­qua », fonte della vita, venga riconosciuta da tutti come di­ritto fondamentale umano e non sottoposta alla legge del mercato. Si tratta di vita o di morte per le classi deboli dei paesi ricchi, ma soprattutto per i poveri del Sud del mon­do che la pagheranno con mi­lioni di morti per sete.

Alex Zanotelli
12 novembre 2009



lucaspazio si è sfogato qui alle 13:48 - Link - commenti (1)
Venerdì, 02 Ottobre 2009
Voglio ancora una volta condividere con voi le parole, belle e vere, di un nostro corregionale, che con le parole combatte la sua battaglia per il bene comune, mettendo anche a rischio la propria vita: Roberto Saviano.

Cosa vuol dire
libertà di stampa

di ROBERTO SAVIANO


MOLTI si chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran. Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa, vuol dire altro. Libertà di poter fare il proprio lavoro senza essere attaccati sul piano personale, senza un clima di minaccia. E persino senza che ogni opinione venga ridotta a semplice presa di parte, come fossimo in una guerra dove è impossibile ragionare oltre una logica di schieramento.

Oggi, chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un'opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime. E persino coloro che hanno firmato un appello per la libertà di informazione devono mettere in conto che già soltanto questo gesto potrebbe avere ripercussioni. Qualsiasi voce critica sa di potersi aspettare ritorsioni. Libertà di stampa significa libertà di non avere la vita distrutta, di non dover dare le dimissioni, di non veder da un giorno all'altro troncato un percorso professionale per un atto di parola, come è accaduto a Dino Boffo.

Vorrei parlare apertamente con chi, riconoscendosi nel centrodestra, dirà: "Ma che volete? Che cosa vi mettete a sbraitare adesso, quando siete stati voi per primi ad aver trascinato lo scontro politico sul terreno delle faccende private erigendovi a giudici morali? Di cosa vi lamentate se ora vi trovate ripagati con la stessa moneta?". Infatti la questione non è morale. La responsabilità chiesta alle istituzioni non è la stessa che deve avere chi scrive, pone domande, fa il suo mestiere. Non si fanno domande in nome della propria superiorità morale. Si fanno domande in nome del proprio lavoro e della possibilità di interrogare la democrazia. Un giornalista rappresenta se stesso, un ministro rappresenta la Repubblica. La democrazia funziona nel momento in cui i ruoli di entrambi sono rispettati.

Per un giornalista, fare delle domande o formulare delle opinioni non è altro che la sua funzione e il suo diritto. Ma un cittadino che svolge il suo lavoro non può essere esposto al ricatto di vedere trascinata nel fango la propria vita privata. E una persona che pone delle domande, non può essere tacitata e denunciata per averle poste. Non è sulla scelta di come vive che un politico deve rispondere al proprio Paese. Però quando si hanno dei ruoli istituzionali, si diventa ricattabili, ed è su questo piano, sul piano delle garanzie per le azioni da compiere nel solo interesse dello Stato, che chi riveste una carica pubblica è chiamato a rendere conto della propria vita.

In questi anni ho avuto molta solidarietà da persone di centrodestra. Oggi mi chiedo: ma davvero gli elettori di centrodestra possono volere tutto questo? Possono ritenere giusto non solo il rifiuto di rispondere a delle domande, ma l'incriminazione delle domande stesse? Possono sentirsi a proprio agio quando gli attacchi contro i loro avversari prendono le mosse da chi viene mandato a rovistare nella loro sfera privata? Possono non vedere come la lotta fra l'informazione e chi cerca di imbavagliarla, sia impari e scorretta anche sul piano dei rapporti di potere formale?

Chi ha votato per l'attuale schieramento di governo considerandolo più vicino ai propri interessi o alle proprie convinzioni, può guardare con indifferenza o approvazione questa valanga che si abbatte sugli stessi meccanismi che rendono una democrazia funzionante? Non sente che si sta perdendo qualcosa?
Il paese sta diventando cattivo. Il nemico è chi ti è a fianco, chi riesce a realizzarsi: qualunque forma di piccola carriera, minimo successo, persino un lavoro stabile, crea invidia. E questo perché quelli che erano diritti sono stati ridotti quasi sempre a privilegi. È di questo, di una realtà così priva di prospettive da generare un clima incarognito di conflittualità che dovremmo chiedere conto: non solo a chi governa ma a tutta la nostra classe politica. Però se qualsiasi voce che disturba la versione ufficiale per cui va tutto bene, non può alzarsi che a proprio rischio e pericolo, che garanzie abbiamo di poter mai affrontare i problemi veri dell'Italia?

Il ricatto cui è sottoposto un politico è sempre pericoloso perché il paese avrebbe bisogno di altro, di attenzione su altre questioni urgenti, di altri interventi. Il peggio della crisi per quel che riguarda i posti di lavoro deve ancora arrivare. In più ci sono aspetti che rendono l'Italia da tempo anomala e più fragile di altre nazioni occidentali democratiche, aspetti che con un simile aumento della povertà e della disoccupazione divengono ancora più rischiosi.

Nel 2003 John Kerry, allora candidato alla Casa Bianca, presentò al Congresso americano un documento dal titolo The New War, dove indicava le tre mafie italiane come tre dei cinque elementi che condizionano il libero mercato quantificando in 110 miliardi di dollari all'anno la montagna di danaro che le mafie riciclano in Europa. L'Italia è il secondo paese al mondo per uomini sotto protezione dopo la Colombia.

È il paese europeo che nei soli ultimi tre anni ha avuto circa duecento giornalisti intimiditi e minacciati per i loro articoli. Molti di loro sono finiti sotto scorta. Ed è proprio in nome della libertà di informazione che il nostro Stato li protegge. Condivido il destino di queste persone in gran parte ignote o ignorate dall'opinione pubblica, vivendo la condizione di chi si trova fisicamente minacciato per ciò che ha scritto. E condivido con loro l'esperienza di chi sa quanto siano pericolosi i meccanismi della diffamazione e del ricatto.
Il capo del cartello di Calì, il narcos Rodriguez Orejuela, diceva "sei alleato di una persona solo quando la ricatti". Un potere ricattabile e ricattatore, un potere che si serve dell'intimidazione, non può rappresentare una democrazia fondata sullo stato di diritto.

Conosco una tradizione di conservatori che non avrebbero mai accettato una simile deriva dalle regole. In questi anni per me difficili molti elettori di centrodestra, molti elettori conservatori, mi hanno scritto e dato solidarietà. Ho visto nella mia terra l'alleanza di militanti di destra e di sinistra, uniti dal coraggio di voler combattere a viso aperto il potere dei clan. Sotto la bandiera della legalità e del diritto sentita profondamente come un valore condiviso e inalienabile. È con in mente i volti di queste persone e di tante altre che mi hanno testimoniato di riconoscersi in uno Stato fondato su alcuni principi fondamentali, che vi chiedo di nuovo: davvero, voi elettori di centrodestra, volete tutto questo?

Questa manifestazione non dovrebbe veramente avere colore politico, e anzi invito ad aderirvi tutti i giornalisti che non si considerano di sinistra ma credono che la libertà di stampa oggi significa sapersi tutelati dal rischio di aggressione personale, condizione che dovrebbe essere garantita a tutti.
Vorrei che ricordassimo sino in fondo qual è il valore della libertà di stampa. Vorrei che tutti coloro che scendono in piazza, lo facessero anche in nome di chi in Italia e nel mondo ha pagato con la vita stessa per ogni cosa che ha scritto e fatto a servizio di un'informazione libera.

In nome di Christian Poveda, ucciso di recente in El Salvador per aver diretto un reportage sulle maras, le ferocissime gang centroamericane che fanno da cerniera del grande narcotraffico fra il Sud e il Nord del continente. In nome di Anna Politkovskaja e di Natalia Estemirova, ammazzate in Russia per le loro battaglie di verità sulla Cecenia, e di tutti i giornalisti che rischiano la vita in mondi meno liberi. Loro guardano alla libertà di stampa dell'Occidente come un faro, un esempio, un sogno da conquistare. Facciamo in modo che in Italia quel sogno non sia sporcato.  
lucaspazio si è sfogato qui alle 11:11 - Link - commenti
Venerdì, 18 Settembre 2009

Sulla tragedia dei nostri militari a Kabul...

...lascio la parola a Roberto Saviano


Quel sangue del Sud
versato per il Paese

di ROBERTO SAVIANO


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Vengo da una terra di reduci e combattenti. E l'ennesima strage di soldati non l'accolgo con la sorpresa di chi, davanti a una notizia particolarmente dolorosa e grave, torna a includere una terra lontana come l'Afghanistan nella propria geografia mentale. Per me quel territorio ha sempre fatto parte della mia geografia, geografia di luoghi dove non c'è pace. Gli italiani partiti per laggiù e quelli che restano in Sicilia, in Calabria o in Campania per me fanno in qualche modo parte di una mappa unica, diversa da quella che abbraccia pure Firenze, Torino o Bolzano.

Dei ventun soldati italiani caduti in Afghanistan la parte maggiore sono meridionali. Meridionali arruolati nelle loro regioni d'origine, o trasferiti altrove o persino figli di meridionali emigrati. A chi in questi anni dal Nord Italia blaterava sul Sud come di un'appendice necrotizzata di cui liberarsi, oggi, nel silenzio che cade sulle città d'origine di questi uomini dilaniati dai Taliban, troverà quella risposta pesantissima che nessuna invocazione del valore nazionale è stato in grado di dargli. Oggi siamo dinanzi all'ennesimo tributo di sangue che le regioni meridionali, le regioni più povere d'Italia, versano all'intero paese.

Indipendentemente da dove abitiamo, indipendente da come la pensiamo sulle missioni e sulla guerra, nel momento della tragedia non possiamo non considerare l'origine di questi soldati, la loro storia, porci la domanda perché a morire sono sempre o quasi sempre soldati del Sud. L'esercito oggi è fatto in gran parte da questi ragazzi, ragazzi giovani, giovanissimi in molti casi. Anche stavolta è così. Non può che essere così. E a sgoccioli, coi loro nomi diramati dal ministro della Difesa ne arriva la conferma ufficiale. Antonio Fortunato, trentacinque anni, tenente, nato a Lagonegro in Basilicata. Roberto Valente, trentasette anni, sergente maggiore, di Napoli. Davide Ricchiuto, ventisei anni, primo caporalmaggiore, nato a Glarus in Svizzera, ma residente a Tiggiano, in provincia di Lecce. Giandomenico Pistonami, ventisei anni, primo caporalmaggiore, nato ad Orvieto, ma residente a Lubriano in provincia di Viterbo. Massimiliano Randino, trentadue anni, caporalmaggiore, di Pagani, provincia di Salerno. Matteo Mureddu, ventisei anni, caporalmaggiore, di Solarussa, un paesino in provincia di Oristano, figlio di un allevatore di pecore. Due giorni fa Roberto Valente stava ancora a casa sua vicino allo stadio San Paolo, a Piedigrotta, a godersi le ultime ore di licenza con sua moglie e il suo bambino, come pure Massimiliano Radino, sposato da cinque anni, non ancora padre.

Erano appena sbarcati a Kabul, appena saliti sulle auto blindate, quei grossi gipponi "Lince" che hanno fama di essere fra i più sicuri e resistenti, però non reggono alla combinazione di chi dispone di tanto danaro per imbottire un'auto di 150 chili di tritolo e di tanti uomini disposti a farsi esplodere. Andando addosso a un convoglio, aprendo un cratere lunare profondo un metro nella strada, sventrando case, macchine, accartocciando biciclette, uccidendo quindici civili afgani, ferendone un numero non ancora precisato di altri, una sessantina almeno, bambini e donne inclusi.

E dilaniando, bruciando vivi, cuocendo nel loro involucro di metallo inutilmente rafforzato i nostri sei paracadutisti, due dei quali appena arrivati. Partiti dalla mia terra, sbarcati, sventrati sulla strada dell'aeroporto di Kabul, all'altezza di una rotonda intitolata alla memoria del comandante Ahmad Shah Massoud, il leone del Panjshir, il grande nemico dell'ultimo esercito che provò ad occupare quell'impervia terra di montagne, sopravvissuto alla guerra sovietica, ma assassinato dai Taliban. Niente può dirla meglio, la strana geografia dei territori di guerra in cui oggi ci siamo svegliati tutti per la deflagrazione di un'autobomba più potente delle altre, ma che giorno dopo giorno, quando non ce ne accorgiamo, continua a disegnare i suoi confini incerti, mobili, slabbrati. Non è solo la scia di sangue che unisce la mia terra a un luogo che dalle mie parti si sente nominare storpiato in Affanìstan, Afgrànistan, Afgà. E' anche altro. Quell'altro che era arrivato prima che dai paesini della Campania partissero i soldati: l'afgano, l'hashish migliore in assoluto che qui passava in lingotti e riempiva i garage ed è stato per anni il vero richiamo che attirava chiunque nelle piazze di spaccio locali. L'hashish e prima ancora l'eroina e oggi di nuovo l'eroina afgana. Quella che permette ai Taliban di abbondare con l'esplosivo da lanciare contro ai nostri soldati coi loro detonatori umani.

E' anche questo che rende simili queste terre, che fa sembrare l'Afganistan una provincia dell'Italia meridionale. Qui come là i signori della guerra sono forti perché sono signori di altro, delle cose, della droga, del mercato che non conosce né confini né conflitti. Delle armi, del potere, delle vite che con quel che ne ricavano, riescono a comprare. L'eroina che gestiscono i Taliban è praticamente il 90% dell'eroina che si consuma nel mondo. I ragazzi che partono spesso da realtà devastate dai cartelli criminali hanno trovato la morte per mano di chi con quei cartelli criminali ci fa affari. L'eroina afgana inonda il mondo e finanzia la guerra dei Taliban. Questa è una delle verità che meno vengono dette in Italia. Le merci partono e arrivano, gli uomini invece partono sempre senza garanzia di tornare. Quegli uomini, quei ragazzi possono essere nati nella Svizzera tedesca o trasferiti in Toscana, ma il loro baricentro rimane al paese di cui sono originari. È a partire da quei paesini che matura la decisione di andarsene, di arruolarsi, di partire volontari. Per sfuggire alla noia delle serate sempre uguali, sempre le stesse facce, sempre lo stesso bar di cui conosci persino la seduta delle sedie usurate. Per avere uno stipendio decente con cui mettere su famiglia, sostenere un mutuo per la casa, pagarsi un matrimonio come si deve, come aveva già organizzato prima di essere dilaniato in un convoglio simile a quello odierno, Vincenzo Cardella, di San Prisco, pugile dilettante alla stessa palestra di Marcianise che ha appena ricevuto il titolo mondiale dei pesi leggeri grazie a Mirko Valentino. Anche lui uno dei ragazzi della mia terra arruolati: nella polizia, non nell'esercito. Arruolarsi, anche, per non dover partire verso il Nord, alla ricerca di un lavoro forse meno stabile, dove sono meno certe le licenze e quindi i ritorni a casa, dove la solitudine è maggiore che fra i compagni, ragazzi dello stesso paese, della stessa regione, della stessa parte d'Italia. E poi anche per il rifiuto di finire nell'altro esercito, quello della camorra e delle altre organizzazioni criminali, quello che si gonfia e si ingrossa dei ragazzi che non vogliono finire lontani.

E sembra strano, ma per questi ragazzi morti oggi come per molti di quelli caduti negli anni precedenti, fare il soldato sembra una decisione dettata al tempo stesso da un buon senso che rasenta la saggezza perché comunque il calcolo fra rischi e benefici sembra vantaggioso, e dalla voglia di misurarsi, di dimostrare il proprio valore e il proprio coraggio. Di dimostrare, loro cresciuti fra la noia e la guerra che passa o può passare davanti al loro bar abituale fra le strade dei loro paesini addormentati, che "un'altra guerra è possibile". Che combattere con una divisa per una guerra lontana può avere molta più dignità che lamentarsi della disoccupazione quasi fosse una sventura naturale e del mondo che non gira come dovrebbe, come di una condizione immutabile.

Sapendo che i molti italiani che li chiameranno invasori e assassini, ma pure gli altri che li chiameranno eroi, non hanno entrambi idea di che cosa significhi davvero fare il mestiere del soldato. E sapendo pure che, se entrambi non ne hanno idea e non avrebbero mai potuto intraprendere la stessa strada, è perché qualcuno gliene ne ha regalate di molto più comode, certo non al rischio di finire sventrati da un'autobomba. Infatti loro, le destinazioni per cui partono, non le chiamano "missione di pace".

Forse non lo sanno sino in fondo che nelle caserme dell'Afghanistan possono trovare la stessa noia o la stessa morte che a casa. Ma scelgono di arruolarsi nell'esercito che porta la bandiera di uno Stato, in una forza che non dispone della vita e della morte grazie al denaro dei signori della guerra e della droga. Per questo, mi augurerei che anche chi odia la guerra e ritiene ipocrita la sua ridefinizione in "missione di pace", possa fermarsi un attimo a ricordare questi ragazzi. A provare non solo dolore per degli uomini strappati alla vita in modo atroce, ma commemorarli come sarebbe piaciuto a loro. A onorarli come soldati e come uomini morti per il loro lavoro. Quando è arrivata la notizia dell'attentato, un amico pugliese mi ha chiamato immediatamente e mi ha detto: "Tutti i ragazzi morti sono nostri". Sono nostri è come per dire sono delle nostre zone. Come per Nassiriya, come per il Libano ora anche per Kabul. E che siano nostri lo dimostriamo non nella retorica delle condoglianze ma raccontando cosa significa nascere in certe terre, cosa significa partire per una missione militare, e che le loro morti non portino una sorta di pietra tombale sulla voglia di cambiare le cose. Come se sui loro cadaveri possa celebrarsi una presunta pacificazione nazionale nata dal cordoglio. No, al contrario, dobbiamo continuare a porre e porci domande, a capire perché si parte per la guerra, perché il paese decide di subire sempre tutto come se fosse indifferente a ogni dolore, assuefatto ad ogni tragedia.

Queste morti ci chiedono perché tutto in Italia è sempre valutato con cinismo, sospetto, indifferenza, e persino decine e decine di morti non svegliano nessun tipo di reazione, ma solo ancora una volta apatia, sofferenza passiva, tristezza inattiva, il solito "è sempre andata così". Questi uomini del Sud, questi soldati caduti urlano alle coscienze, se ancora ne abbiamo, che le cose in questo paese non vanno bene, dicono che non va più bene che ci si accorga del Sud e di cosa vive una parte del paese solo quando paga un alto tributo di sangue come hanno fatto oggi questi sei soldati. Perché a Sud si è in guerra. Sempre.


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